Sara

Mi chiamo Sara Vidé, classe 1975 e sono nata sotto il segno del sagittario.

Non ho mai creduto agli influssi dello zodiaco sul carattere delle persone. Però mi piacerebbe tanto viaggiare più di quel che faccio e, visto che di creatività non ce n’è mai abbastanza, ho deciso che essere una centaura mi calza. Quindi è un segno. Sì, che mi so adattare al non poter partire, domani stesso.

Il mio primo impatto con la scrittura è stato deleterio: a scuola odiavo fare i pensierini, anche perché la mia maestra non mi aveva mai spiegato cosa volesse dire esprimere un’emozione. Ma solo cosa significasse prendere un brutto voto. E quel foglio vuoto era la sintesi del panico.

D’un tratto le cose sono cambiate: sono cresciuta. E non ho più avuto quella maestra. Dopo il liceo psico-socio-pedagogico ho realizzato che non era il caso insegnassi alla primaria. Conservavo il terrore di poter somigliare a qualcuna di mia conoscenza.

Poi è arrivata l’Accademia di Comunicazione e un mondo di claim e copy strategy. Di letture eterogenee, a volte allucinanti e allucinate, bulimiche: Günter Grass, Easton Ellis, Tondelli, Scarpa, Santacroce, Tobino, de Sade, Hornby, Ammaniti e Dante (sì, quello lì, ma mettere il cognome per Lui mi fa proprio brutto) e molto altro che ho in cantina. Perché mi manca una libreria. Non perché sia “roba” che deve stare lì.

Comunque, in questo periodo di formazione e con una punta di auto distruzione ho scritto ovunque e ho scoperto che era proprio un segno. Magari dello zodiaco. Probabilmente come quello di Zorro, ma con la S. Credo mi abbia salvato quando sono caduta nel buio, scivolando giù senza scarpe. Nel mio strano multiverso, le parole, incise sulle pagine, erano le crepe da cui passava la luce (cit.) Quindi, relativamente pronta ma carichissima, ho cominciato il mio percorso lavorativo in una delle agenzie più top di Milano.

Ne ho girate altre, mi sono trasferita a Firenze, sono tornata a Milano… Avevo detto che mi piace viaggiare, no? Non entrerò nel dettaglio, ma oggi bazzico ancora nel settore, anche se ho un approccio più client oriented.

Sono onesta: mi prenderei a schiaffi per questo termine, ma serve per far capire agli addetti ai lavori. O solo per buttare lì un termine inglese che giustifica gli studi. Nel frattempo ho collaborato con qualche rivista e magazine, settimanali e siti vari, concependo articoli, contenuti, pubbliredazionali e tante cose del genere. Ma questo non è un curriculum. Chisenefrega.

Non ho mai cercato di divulgare le mie sudate carte, il perché non lo so. O meglio mi è costato tanto lavoro di introspezione e consapevolezza su me stessa: cose personali e noiose.

Però una cosuccia c’è e ne vado fiera, come di un premio Strega. Tanti anni fa è uscita una raccolta di racconti (brevi e acerbi) Graffi, pubblicato da Laura Rangoni Editore. Una vera strega, nel senso buono e metafisico della parola. Nel suo essere altro e non di questa terra, nel suo credere in me: il contrario della mia maestra. Lei non c’è più e abbiamo perso una grande giornalista e scrittrice. Vale tutte le opportunità che non ho sondato. E forse mai lo farò.

E infine è arrivato il romanzo Più o meno tutto bene. Una storia che ha cercato me per far passare un messaggio e che si ispira a tante altre vicende purtroppo tutte uguali, dove la violenza fisica e psicologica logora le giornate e cuce sulla pelle cicatrici di solitudine. Ma anche di schiaffi, pugni e cattiveria. Se volete leggetelo, non posso dire tutto. Anche io voglio quell’enfatico alone di mistero che fa tanto uno che sa scrivere. O così pare.